La festa di Santa Maria a castello
Attuali paradigmi di comportamento e di pensiero, l’immagine consolidata di una società tecnologica, come è noto, si sono, da tempo, imbattuti in una crisi generale di credibilità e di affidabilità che ha percorso indistintamente tutti i settori in cui si articola il modello culturale occidentale, fino a coinvolgere le tecniche metodiche della stessa ricerca scientifica. Una società automatizzata che è stata causa ed effetto del frantumarsi di spazi e tempi attuali e che ha, quanto meno, collassato l’imporsi di una condizione esistenziale e culturale qualificata; intesa come post-moderna. Ma a volte un clima spirituale, una prassi cerimoniale, la riattivazione di un mito rifondazione, un caos funzionale e finalizzato, regolato da codici e norme cultuali, sembra ravvivare la fiamma forse mai estinta che illumina a giorno le ragioni del vissuto esperienziale di una etnia, di una Tradizione Popolare; restituendo senso e dignità alle tante minute identità territoriali. Il monte Somma, per secoli e secoli, da generazione in generazione, dai Sommesi, dalle genti dei territori circostanti, è stato contemplato come centro del proprio mondo, come dimora degli dei, come sorgente esclusiva ed assoluta di realtà e senso, come luogo prescelto per venerare, blandire, accattivarsi la protezione, il soccorso della divinità; riattivando di anno in anno prassi devozionali da loro ereditate e, ancor più, tramandate nel tempo. Intere comunità, gruppi di persone o singoli affollavano periodicamente la montagna, non solo per iterare annualmente un pellegrinaggio spontaneo e naturale, un cerimoniale pandemico e radicato, quanto necessario e obbligatorio, ma soprattutto per ripristinare e suggellare un rapporto, un legame che univa universalmente e asimmetricamente il popolo con l’alterità. Un pellegrinaggio di vaste proporzioni, pianificato e regolato da ataviche prescrizioni comportamentali; organizzato e ordinato in gruppi compatti di persone che prendevano il nome di paranze. Appunto le paranze dello “Ogundo”, del “Ciglio”, fino a quella più piccola della “Traversa” e a quelle di nuova conformazione, sono ancora l’attuale vissuto nucleare che in qualche modo si contrappone, in maniera non obbiettivante, alla caduta di cogenza e di pervasività degli universi mitico-magico.
   
Perciò la tradizione e l’esecuzione di pratiche cerimoniali in onore alla Madonna di Castello, sul Monte Somma, pur subendo, nel corso del tempo continue mutazioni di senso e di espressioni, in funzione a determinati sovvertimenti storico-antropologici, non sono mai cadute in disuso. Anzi talune prassi cultuali di rifondazione dello spazio, del tempo sacro e del nuovo ciclo agrario, ad eccezione di compartecipi aspetti e manifestazioni delineatesi nei sempre attuali processi di trasformazione e metamorfosi culturali (e sebbene quest’ultime abbiano ulteriormente ridimensionate la funzionale dimensione altra della festa), ridefiniscono, ancora oggi, stabilmente cospecifiche identità culturali. Rituali popolari tramite i quali il popolo sommese, ancora oggi, ritrova le ragioni garanti della propria esistenza, in quanto appartenenza a una cultura, a un collettivo umano, a un territorio. La Vergine della montagna, la “Pertica”, i fuochi, ecc, si impiantano, allora, come centri del mondo, come Axis Mundi metaculturali.
   
In tal senso, il “Sabato dei Fuochi”, le Tammurriate, l’irrefrenabile ritmo delle tammorre, la reversibilità del tempo mitico promuovono, cerimonialmente e periodicamente, la dimensione altra dell’evento festivo; qualcosa di grande e significativo, uno stato superiore all’ordinario, come fase di superamento e di sospensione del quotidiano. Il rituale come un lungo corridoio preferenziale mediante il quale la comunità dei devoti, i pellegrini, le paranze possono usufruire di continue irruzioni salvifiche che danno senso all’esistenza e decurtano, in qualche modo, qualsivoglia iniqua presenza. Sebbene solo l’uomo che è atteggiato in postura rivelativa può ascoltare la voce e può scorgere l’immagine delle proprie divinità, anche a fronte di una endemica dicotomia trascendenza/immanenza o di un logos occidentale e quindi di una struttura logico razionale che, di fatto, renderebbe incomprensibile l’intrinseca logica rivelativa del mito di rifondazione, che si ripresenta “ora” come “allora” mediante la rievocazione del cerimoniale popolare nel suo “qui” e ed “ora”. La festa, il “3 Maggio”, i canti “ a’’ffigliola” esercitano incessantemente una funzione reale e riempitiva sulla comunità e tra i devoti; iterati puntualmente agiscono in maniera significativa all’interno del cerimoniale affinché ogni azione o volontà dell’umana esistenza non rischi definitivamente di dileguarsi all’incombente deriva dell’assurdità e dell’inconsistenza, affinché una Tradizione popolare non possa sgretolarsi, perdersi nel vuoto del nulla.
   
Perciò i continui processi di trasformazione e di riadattamento subiti, ma anche proposti ed elaborati dalle varie componenti che entrano in gioco, anche in maniera speculare, nella realizzazione di quanto accade ancora oggi in questo comune campano, fanno si che questa cultura tradizionale e le modalità con cui ne è recepita la valenza siano assumibili come caso emblematico di confluenza di fenomeni concomitanti. Fenomeni spesso in antitesi, soprattutto all’incontro o scontro tra modelli attuali e antecedenti, ma che sono ben rappresentativi degli stessi problemi che sono alla base della definizione, dello studio e dell’analisi delle Tradizioni Popolari contemporanee.

Dott. Fabio Birotti
Etno-Antropologo, Assistente e ricercatore alla cattedra di Storia delle Tradizioni Popolari
Università degli studi di Napoli “Suor Orsola Benincasa”
Docente prof. Enzo Spera
   
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