Giugno Popolare Vesuviano
Hanno detto...
La provincia vesuviana si impadronì di sperimentazione e ricerca dei linguaggi, in anticipo sulla città capoluogo...
Nel 1982 avevo ventisette anni, e gia da qualche anno frequentavo l’Arci-Villaggio Vesuvio di San Giuseppe Vesuviano, dove la vitalità e il coraggio, l’azzardo e l’imprevisto, formavano una miscela esplosiva che ti aiutava a metterti in relazione con la gente e con i luoghi, con i cortili, sciamanti di voci e di colori, di presenze vive, forti nella luce vesuviana.
Il territorio a quella data presentava le ferite aperte dalla camorra, dalla lotta tra organizzazioni criminali per il predominio assoluto sull’area; quotidianamente assistevo o sentivo parlare di agguati mortali, ferimenti, gambizzazzioni, mentre la presenza di carabinieri e polizia era ormai diventata parte integrante del territorio.
Tornavo verso casa ad Ottaviano abbastanza tardi la sera, e regolarmente venivo fermato per controlli ai crocevia; una cappa pesante, che non faceva respirare alitava sopra le nostre teste.
Rimarranno poi delle croci in ricordo di Mimmo Beneventano e di Pasquale Cappuccio.
L’Arci Villaggio Vesuvio nella memoria mi resta impresso come un luogo di confronti, di crescita culturale per tanti di noi; potersi relazionare con importanti artisti internazionali di teatro o di arti visive, come il compianto Salvatore Emblema, reduce da viaggi in Europa come ambasciatore della sua pittura, non era cosa da poco per me, che sentivo la realtà intorno, schiacciarmi.
Un manipolo di aficionados, avevano aperto la struttura al piano terra di un palazzo nelle campagne di San Giuseppe Vesuviano, prima della selvaggia aggressione del cemento che ha risucchiato la fertile campagna popolata di viti e albicocche.
Franco Ammirati, Salvatore Borriello, Renato Andreozzi ( che non potrà leggere queste righe ) Alfonso Cepparulo, Antonio Tufano, Carlo Coppola, e tanti, tanti altri che dall’esterno e in appoggio fortificavano l’esperienza di avanzamento culturale sul territorio.
E imprenditori sensibili sempre pronti a sostenerci, come il compianto Peppino Allocca.
Sperimentare un simile progetto culturale e realizzarlo a costo di sacrifici molto duri, non era cosa da poco in quegli anni, ma lì avvenne.
La provincia vesuviana si impadronì di sperimentazione e ricerca dei linguaggi, in anticipo sulla città capoluogo, o comunque in alternativa ad essa, da sempre chiusa e settaria nei confronti degli “ esterni “.
E oggi, quando rileggo quegli anni, così pieni di fervore e di audacia, di progetti per il futuro, di speranze e di illusioni, penso nello stesso istante, frantumando il pensiero, ad oggi; alla dispersione e al vuoto che che hanno segnato buona parte degli ultimi anni, fino a quelli più recenti, che ancora scorrono sotto cenere di brace, mentre la mia disperazione aumenta sempre di più.
Non vedo all’orizzonte del tempo presente, nessuna aggregazione di valori condivisi e di spirito di iniziativa per il territorio vesuviano, anzi si amplificano in sottofondo, in sordina, voci di esequie gia in atto.
Allora per rianimarmi, per vincere questo mesto torpore, devo pensare ai volti dei tanti artisti e personaggi che arrivavano a San Giuseppe Vesuviano, alla sede dell’Arci, nelle campagne dai terreni lavici e dalle strade dissestate e senza segnaletica, per una esibizione importante della loro arte.
Allora mi rianimo,e dico a me stesso che guardare indietro per meglio osservare il presente è una buona pratica.
I volti e Le Storie
Da Gennaro Vitiello regista di teatro sperimentale, organizzatore, mente proilifica, radicato nelle problematiche del territorio, a Leo De Berardinis e Perla Peragallo, i due straordinari artisti de Il Teatro di Marigliano, dal nome del paese dell’Agro nolano, dove avevano sistemato il loro studio-casa, in quegli anni.
MagneticoLeo, figura carismatica, lo ricordo in Piazza Piediterra ad Ottaviano, in quegli anni sul palcoscenico montato alla buona, mentre rovistava nella tradizione della sceneggiata napoletana in Lacrime, risate e chiant – un autentico comunicatore, e non sembra vero che si sia spento in silenzio dopo alcuni anni di coma, per uno stupido intervento di chirurgia estetica.
La giovane Laura Angiulli, regista e autrice teatrale,Alberto Castellano futuro critico cinematografico.
Peppe e Concetta Barra, nel chiostro del Comune di Ottaviano, tra risate, facezie, motti di spirito, e sarcasmo.
Per le Arti Visive in ordine e in disordine : Salvatore Emblema punta di diamante del nostro territorio, e artista internazionale, con festa grande in occasione della sua mostra a Villa Pignatelli, con Argan e Palma Bucarelli, Raffaello Causa, e noi tutti intorno a far corolla.
Salvatore per l’Arci Villaggio Vesuvio aveva una speciale benevolenza ( ne aveva sempre con tutti, con tanti) ed era sempre pronto a lasciare il suo segno inventivo in qualcosa dentro le sale; ricordo la struttura pensile della sala, di tela di yuta, aerea ed avvolgente sopra le nostre teste mentre assistevamo a spettacoli oppure ad accesi dibattiti.
E poi Vincenzo De Simone, tra i più lucidi interpreti dell’arte nel sociale, a partire dal lavoro svolto a Cicciano e sul territorio nolano con i ragazzi della Scuola Media, fino alla Biennale della fine degli anni settanta curata da Enrico Crispolti.
Camillo Capolongo, artista visivo e poeta e sperimentatore, degno seguace del compianto maestro Emilio Villa, a Felice Lucio Bifulco, ironico e dissacratore, che con le sue “ azioni “ scopriva i nervi sensibili nel tessuto sociale della tradizione, a Giuseppe Desiato, maestro indiscusso della performances, come quella indimenticabile del Viaggio di nozze della sposa nella piazza di San Giuseppe Vesuviano, tra ammiccamenti e agguati di guardoni.
Emozionante in questa sequenza di ricordi ed avvenimenti, la cura della prima Rassegna Esperienze Artistiche in Campania a San Giuseppe Vesuviano ( Palazzo Giugliano ) a cura del sottoscritto, giovane emergente critico d’arte nel 1982, centrata sulle proposte delle gallerie pù attive in Campania. Con gli emergenti di allora, di cui alcuni si sono imposti a livello nazionale, e la straordinaria mostra dello scultore Giuseppe Pirozzi, all’Istituto Alberghiero di Ottaviano in Via Cesare Augusto.
Nella sede del Villaggio Vesuvio, invece scorrono i nomi di Gaetano Di Riso, autore della copertina del catalogo Esperienze Artistiche in Campania, di Augusto Massa artista flegreo, di Antonio Ciniglio, di Antonio Auriemma, di Franco Maione.
I loro volti scorrono veloci nella memoria, dove occupa un posto a se stante, Cleto Polcina, prematuramente scomparso, gallerista sensibile e uono di cultura che manteneva i contatti sull’asse Roma- San Giuseppe Vesuviano, e Carmine Benincasa, in quegli anni tra i critici più attivi sulla piazza romana e sostenitore della pittura, come Cleto, del nostro indimenticabile amico Salvatore Emblema.
Non credo in questo momento, di poter aggiungere altro, almeno da questo versante dei tempi trascorsi in simbiosi con amici ed intellettuali che avanzavano ad oltranza, verso un futuro che si riteneva di poter orientare positivamente per molti, per tanti.
Un abbraccio, e sempre pronto ad una nuova mobilitazione.

Gaetano Romano
Critico d'arte
GIUGNO VESUVIANO
-LA CULTURA DELA PARTECIPAZIONE-


Caro Gaetano, caro Franco
Il lavoro culturale promosso dal “Giugno Vesuviano” nella metà degli anni settanta è stato un aspetto rilevante dalla proiezione dell'attività didattica-estetica nell'area campana. Esso ha rappresentato una folata di sapere e di conoscenze grazie alla partecipazione di diversi operatori. Ha attualizzato un ingente patrimonio di cultura, difendendone la ricchezza e i valori che erano stati insidiati e quasi persi, di un territorio simbolo dell'intera area vesuviana, e in particolar modo quella di Terzigno, di San Giuseppe Vesuviano e di Ottaviano. Tale attività ha prima stimolato la cultura dei semplici elementi popolani, ed ha poi superato i limiti della consuetudine sconvolgendo l'intera figurazione del sistema culturale campano. Il lavoro del Gruppo si era inserito in quel fenomeno dell'arte del sociale che vide gli albori in Campania e che fu presente alla Biennale di Venezia del 1976. Purtroppo la “piccolina”, non è riuscì a rompere l'incantesimo del palazzo. E' con grandissima delusione che devo purtroppo ammettere che, tranne qualche sporadico tentativo di lavoro, tutto è ritornato peggio di prima: l'arte, patrimonio dell'élite sociale, è diventata strumento di una vera e propria industria culturale che produce merce seriale e di scarso valore. Mi chiedete, carissimi amici, di riandare con la memoria alla partecipazione di giugno e riferirvi le mie opinioni. Vi dico solamente che sono contento del lavoro realizzato per voi e spero che il vostro ritorno al Giugno Vesuviano non sia solo dettato dalla nostalgia. Auguri dall'imo del cuore.
Vincenzo De Simone
Reggio Emilia, 18 marzo 2012


Giuseppe Desiato, performance "Corteo della sposa" -
4 GPV, 1977- foto G. Romano, archivio GPV

 
 
La katastrofè del Giugno Popolare Vesuviano

"Credo che le dieci edizioni del Giugno Popolare siano state, direbbero i Greci, una katastrophè, un capovolgimento, un punto di rottura: le tradizioni non vennero registrate al catasto della banalità pittoresca, e poi gettate, e subito dimenticate, nel deposito della storia locale; vennero ancorate al presente, e sollecitate a porre domande, a lacerare, a ferire".


La prima edizione del Giugno Popolare si tenne nel 1974: e dunque cadde in un momento di svolta della storia d' Italia. Lo sviluppo dell'economia da qualche anno era diventato più fievole, e, esaminando la verità della sua sostanza, che il rallentamento metteva a nudo, gli intelletti più acuti incominciavano a capire che era stato uno sviluppo senza progresso, un tumulto, una bolla.
Nel 1974 vennero conclusi gli accordi di Bretton Woods: si impennarono i costi dell'energia e delle materie prime, e i livelli della disoccupazione, del debito pubblico, dell'inflazione. Nell' Italia, che passava bruscamente dal sogno della ricchezza a una condizione di povertà, si aprì una stagione nera per la democrazia. Lo spostamento a sinistra dell'elettorato spinse gli alleati occidentali a intervenire pesantemente nei nostri affari interni, a finanziare apertamente i partiti e i movimenti anticomunisti, a limitare di fatto la sovranità dello Stato. Fu il tempo della giustizia calpestata e degli innocenti sacrificati, a Milano, a Bergamo, a Bologna, nelle vili cerimonie della strategia della tensione, di cui il popolo italiano aspetta ancora di conoscere la vera storia.
Il 14 novembre 1974 Pier Paolo Pasolini pubblicò sul Corriere della Sera il suo terribile Io so: egli sapeva tutto, delle trame, dei golpe, dei Servizi deviati, della notte della Repubblica: sapeva, ma non aveva le prove. L'anno dopo fu ucciso, forse perché aveva osato cercar di capire: un'audacia che lo espose anche in morte, come lo aveva esposto per tutta la vita, agli insulti della Destra e alle invettive, o ai silenzi, non meno spregevoli delle invettive, di una parte della Sinistra.
Mentre l'Occidente elaborava, pur faticosamente, nuovi modelli culturali e sociali e rifletteva coraggiosamente sulle ragioni autentiche dei moti del '68, in Italia le istituzioni della " conservazione ", diventate sempre più baldanzose, avviavano la controriforma che avrebbe dovuto rendere sterili gli effetti della battaglia per il divorzio, e la vitalità residua della cultura operaistica, e l'energia della cultura laica. La controriforma tentò di invadere anche i territori della letteratura e delle arti figurative, in cui per fortuna urtò contro ostacoli non facili da superare.
Anche a Napoli, in quegli anni '70, la Sinistra, chiamata a governare la cosa pubblica, si impigliò nella trama di freni e impedimenti: l'avversione della burocrazia, che si era formata negli anni di Achille Lauro, l'ostilità del potere centrale, la debolezza intrinseca delle istituzioni locali. A questi lacci esterni la Sinistra aggiunse, di suo, una lettura della napoletanità che era profonda, ma incompleta. E che questa incompletezza togliesse efficacia alla profondità, l'aveva sospettato, e temuto, venti anni prima, anche Anna Maria Ortese, fino al punto di fare di questo timore uno dei temi del suo libro " Il mare non bagna Napoli ".
La Sinistra dovette affrontare, prima a Napoli e poi nel resto d'Italia, una situazione in cui la crisi economica e finanziaria permetteva a certi settori della politica di mettere al posto del mercato dell'economia quello delle clientele: era fatale che riformisti e innovatori andassero incontro alla sconfitta. A Napoli il terremoto del novembre del 1980 e la " ricostruzione " fecero sì che l'infezione del sistema, già grave, si incancrenisse in un morbo devastante: settori della politica e della società civile e la camorra costruirono un modello criminale dell'economia dell'emergenza, che venne imitato e perfezionato in successive emergenze, e non solo a Napoli, e non solo nel Sud.
L'ultima edizione del Giugno Popolare si tenne nel 1983 (1) , che non è un anno qualsiasi. Nel 1983 l'Italia scopriva che la delinquenza organizzata aveva corrotto le istituzioni più di quanto qualcuno avesse immaginato , e Enzo Biagi, sottoponendo a Sandro Pertini il caso non del " collega " Enzo Tortora, ma del " cittadino " Enzo Tortora, scriveva: " Vicende come quella che ha portato in carcere Enzo Tortora possono accadere a chiunque. E questo mi fa paura.". Nel 1983 Giorgio Bocca raccontò che le televisioni private stavano inondando Milano con un " fiume di tele- dollari ", raccolti con la pubblicità, e si preparavano a costruire, e a mandare in onda, un'Italia virtuale, e a nascondere, qualora fosse stato necessario, l'Italia reale.
I membri del Comitato organizzatore del Giugno Popolare Vesuviano " sentirono " la particolarità del momento storico, in cui, come dice Alfonso Cepparulo, era necessario trovare il punto di equilibrio tra l'effimero e il duraturo: e non solo quando si promuoveva la cultura, ma anche nel misurare i ritmi del vivere quotidiano, i valori dei sentimenti, la forza e la chiarezza della conoscenza.
Era fatale che la disgregazione del tessuto sociale, di cui parla Franco Ammirati, condizionasse la solidità delle scelte e degli obiettivi, ma Ammirati, Cepparulo, Andreozzi, Borriello,Soviero, (Coppola, Tufano ndr ) e tutti quelli che furono coinvolti nell'impresa geniale intuirono che proprio quella disgregazione sociale, quella mediocrità delle istituzioni, quel " vuoto ", aprivano, involontariamente, uno spazio libero, in cui essi potevano costruire, dalle fondamenta, qualcosa di nuovo , e sperimentare, e cogliere tutte le occasioni, e " sentire " che la bellezza della loro azione era un valore in sé: il valore assoluto del fare, di incrementare l'essere. Come sempre accade, la crisi dei valori e l'incertezza dell'esistere sollecitarono gli spiriti più sensibili a cercare, nel passato, le radici, la terraferma. Gli intelletti delle terre vesuviane risposero alle sollecitazione prima, e più intensamente, degli intelletti della Città.

   
Nel 1974 la Nuova Compagnia di Canto Popolare rappresentò al San Ferdinando una rilettura della " Cantata dei Pastori " di Andrea Perrucci; due anni dopo venne rappresentata " La Gatta Cenerentola ". Credo che Roberto De Simone non avrebbe mai avviato la sua indagine sui miti della napoletanità, se nel 1961 Ernesto De Martino non avesse scritto " La Terra del rimorso " e non avesse verificato, sul campo, il ruolo e il valore che due categorie, la presenza e lo spaesamento, hanno nel mondo contadino. Mi piace immaginare che a De Simone sia arrivata, attraverso De Martino, l'idea di Pitagora che l'anima è numero, musica, ritmo, e che questo ritmo stringe, nel vincolo della presenza, gli uomini e i luoghi.

Gli organizzatori del Giugno Popolare videro non solo quanto fosse meraviglioso il patrimonio delle tradizioni vesuviane, i gesti, la danza, il canto, il silenzio, perfino; videro, anche, videro soprattutto, che questo splendore non si sarebbe manifestato pienamente, se i rappresentanti della civiltà contadina non si fossero espressi nelle piazze e nelle strade: perché solo lì essi erano quello che dovevano essere, interpreti di sé stessi: lì la gente, non più pubblico, ma compagna di esperienza, si liberava dalle incrostazioni dei ruoli sociali, per intraprendere il viaggio alla scoperta, e forse alla conquista, della propria identità.
In alcuni momenti eccezionali le musiche e le danze ricostruirono, per magia, nelle strade vesuviane, il rito antico della iniziazione agli " arcana ", quella emozione totale che un pittore geniale e ignoto riuscì a esprimere negli affreschi della pompeiana Villa dei Misteri.
Il decennio del Giugno Popolare fu il tempo dell'orgoglio: la Campania Felice, la terra inquieta distesa tra le lave del Vesuvio e le masserie della pianura nolana, ricordava alla città di Napoli d'essere custode di una storia antichissima, e ancora vitale, e insegnava un metodo: confrontando il presente e il passato, il vicino e il lontano, la parola, la musica, il colore, invitava a scoprire, per la via più naturale, quella dei sentimenti, che infinita era la trama delle corrispondenze, e che c'era armonia tra le voci degli uomini e le voci delle cose.
Nel 1978 vidi, da un balcone, l'intervento/ azione di Emanuela Marassi che in un luminoso silenzio svolgeva " il filo di Arianna " per una delle strade più antiche di Ottaviano, Casalnuovo:e mentre guardavo, mi parve, a un tratto, che la strada fosse diversa da quella che vedevo ogni giorno, e l'azione dell'artista la trasformasse, autenticamente, in un tratto di labirinto. E' uno spaesamento benefico: gli uomini e le cose hanno bisogno, di tanto in tanto, di " vedersi " da punti di vista nuovi, di entrare in prospettive originali. Credo che le dieci edizioni del Giugno Popolare siano state, direbbero i Greci, una katastrophè, un capovolgimento, un punto di rottura: le tradizioni non vennero registrate al catasto della banalità pittoresca, e poi gettate, e subito dimenticate, nel deposito della storia locale; vennero ancorate al presente, e sollecitate a porre domande, a lacerare, a ferire. I processi dello spaesamento benefico sono spesso amari e dolorosi. Ricordo la voce di Rafael Alberti, e l'immaginazione si prende la libertà di vedere alle spalle del poeta il silenzio notturno del Vesuvio: mi dico che il tempo ritorna, lungo il circolo della sua strada, e che altre infinite volte il poeta aveva recitato, e reciterà, i suoi versi sotto il cielo vesuviano.
Carmine Cimmino

(1) L'ultima edizione del GPV è in realtà datata 1986, ma si può considerare quella del 1983 come l'ultima edizione significativa, relativamente alla formulazione originale della manifestazione.(ndr)
G. Desiato, performance "Corteo della sposa"- 4 GPV, 1977, foto Romano, archivio GPV
Villaggio Vesuvio, 2GPV, 1975- foto Franco Virzo, archivio GPV